Una ragione in più..
Posted on 04. Jun, 2010 by Andrea Cinquina in E.U., Italy | View Comments

Il post di oggi è scritto grazie al contributo di Fabio dell’associazione Greensharing.org.
La sfida ai cambiamenti climatici è molto complessa. Le sue cause sono molte, tutte collegate tra di loro e una di queste è l’approvvigionamento energetico. In questi giorni a Bonn i negoziatori di circa 190 stati stanno trattando, in seno alle Nazioni Unite, per cercare una soluzione al problema dei cambiamenti climatici, ma non tutti lo fanno con la stessa convinzione, anzi..
Cambiare le politiche di approvvigionamento energetico da combustibili fossili a fonti rinnovabili deve essere una priorità per tutti i governi, anche a prescindere dai cambiamenti climatici. La speranza è di ricevere un segnale forte e deciso dai negoziati, ma perché dobbiamo continuare ad aspettare per avere l’opportunità di poter vivere in un mondo migliore?
Ormai sono diversi giorni che sentite parlare della fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico e del disastro ambientale che ha creato; ad essere precisi dal 20 Aprile, quando undici persone sono tragicamente morte nell’esplosione sulla piattaforma di trivellazione Deepwater Horizon della BP. 36 ore dopo, l’impianto affonda e da allora, con la rottura dei condotti che collegavano la piattaforma al pozzo di trivellazione, una quantità imprecisata di petrolio inizia ad inquinare quelle acque.
È triste dirlo ma, nonostante le tecnologie e le menti di scienziati e tecnici a disposizione, ad oggi non c’è una stima attendibile di quanto petrolio stia uscendo. Da un lato c’è la naturale reticenza di BP, colpevole dell’accaduto, nel fare una stima seria, dall’altra c’è la mancanza di una imposizione forte da parte del governo USA che non asseconda le richieste di trasparenza avanzate da una preoccupata comunità scientifica.
Se una prima stima governativa (viziata da errori di metodo) indicava una fuoriuscita di 5.000 barili al giorno, i filmati seguenti, il primo reso pubblico dalla stessa BP ed il secondo fornito dalla NASA, hanno permesso di fare stime più reali che portano il conto dei barili di petrolio a ben 70.000! Giusto per chiarezza, parliamo di 2.940.000 galloni, circa 11.129.110 litri… più di undici milioni di litri di petrolio al ogni giorno, più di una Exxon Valdez ogni 4 giorni!!
| video della BP che mostra la fuoriuscita di petrolio da una delle tre falle |
| spettacolare video della NASA che mostra dal satellite l\’estendersi della marea nera fino al 24 Maggio |
Come già detto, purtroppo non abbiamo ancora una stima del petrolio fuoriuscito e questa incertezza non fa altro che dare a BP meno pressione e più facilità di manovra, non solo tecnica ma anche mediatica. Assicurare davanti ai media che il problema sarebbe stato risolto in due settimane ed invece continuare a fallire fino ad oggi, un mese e mezzo dopo l’esplosione, ha un diverso impatto nell’opinione pubblica a seconda di quanto petrolio al giorno costa a tutti noi la loro incapacità. Se poi allarghiamo il discorso al lato economico, non può non saltare all’occhio il problema del risarcimento danni.
La BP ha fin da subito dichiarato che risarcirà i danni che ha provocato, ma allora si ipotizzavano dai mille ai 5000 barili al giorno di perdita. Con le più recenti stime e con la marea nera che sempre più si avvicina alle coste invadendole, monta la preoccupazione della popolazione che vive in quelle zone e già sono evidenti i danni all’economia che si basa molto su pesca e turismo. Sono inoltre previste bonifiche da centinaia di milioni di dollari che però difficilmente ricreeranno l’habitat alle specie a rischio ospitate nelle riserve e nei santuari marini. La preoccupazione sale anche alla Casa Bianca e le ultime dichiarazioni di Obama anticipano già lo scontro che ci sarà in tribunale con la BP ma, visto che l’entità di questo risarcimento si giocherà sui numeri, è davvero un peccato che non abbiano avuto la fermezza per imporre una valutazione seria della situazione.
Potete usare questo widget per avere un’idea di quanto petrolio sia finora uscito, ma i numeri, soprattutto per cifre così grandi, il più delle volte sono sterili, mentre spesso un’immagine vale più di mille parole.

Che noia, che barba.. che barba, che noia..
Posted on 11. Apr, 2010 by Andrea Cinquina in E.U., Italy | View Comments
La giornata di oggi alla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si sta rivelando una delle più noiose mai registrate.
Al momento sono ancora dentro la plenaria (sono le 5 di pomeriggio) aspettando che finalmente cominci la riunione del gruppo di lavoro sull’azione cooperativa di lungo termine. Voi vi chiederete, dove è il problema? Bhè, il problema consiste nel fatto che la riunione sarebbe dovuta cominciare per le undici e trenta di questa mattina.
Buon segno (vuol dire che si sta trattando qualcosa di importante all’interno delle sale chiuse agli osservatori e alla stampa)?
Cattivo segno (vuol dire che non trovano accora un accordo sul da farsi)? Come al solito è impossibile da sapere fino a che non ci saranno le dichiarazioni ufficiali, ma fattostà che è dalle dieci di questa mattina che sono seduto su questa sedia aspettando che finalmente si cominci.
Nel frattempo la definizione che qui a Bonn è più sulla bocca di tutti, o in altre parole quella che desta la maggiore preoccupazione a livello negoziale, è “Gigatonne Gap”.

noia noia noia
Cosa vuol dire gigatonne gap? Tradotta letteralmente in italiano vorrebbe dire: buco di gigatoni, ma in realtà è semplicemente la differenza tra il livello delle riduzioni di emissioni di carbonio promesse dai vari paesi e il livello reale necessario affinché ci sia una buona probabilità di mantenere il riscaldamento globale sotto i due gradi centigradi.
Questo divario di gigatoni tra quanto serve e quanto promesso è racchiuso in una forbice che va dai 5 ai 9 gigatoni di anidride carbonica equivalente – ricordo che un gigatone equivale ad un miliardo di tonnellate.
La principale causa di questo divario è soprattutto dovuta alla mancanza di volontà e ambizione mostrata dai paesi durante le trattative dell’anno scorso e dagli espedienti utilizzati dai paesi per mascherare le loro presunte riduzioni nelle emissioni.
Sono sicuro che si battaglierà molto su questo argomento, sia all’interno dei negoziati stessi che tra i diplomatici ed il mondo delle ONG e della società civile.
Nel frattempo la giornata sta per finire anche se ufficialmente ancora non è cominciata.
Stasera dovrebbero annunciare anche il numero delle future conferenze e la loro dislocazione.
A questo punto, con niente altro da dire visto che non è successo praticamente nulla (a porte aperte), non ci resta che aspettare e tenervi aggiornati attraverso commenti.
La corsa agli ostacoli è ufficialmente cominciata!
Posted on 10. Apr, 2010 by Andrea Cinquina in E.U., Italy | View Comments
Le prime giornate qui a Bonn confermano come il COP15 di Copenhagen si sia risolto in un insuccesso. Mentre abbiamo Paesi come l’Australia o gli Stati Uniti che non ritengono il COP15 un flop, molti altri sostengono la tesi opposta e, in un’istituzione dove tutto è basato sul consenso, una così ampia diversità di vedute non può che farlo considerare difatti un insuccesso.
Inoltre, a confermare la mia tesi che quanto accaduto al COP15 si sia rivelato più un danno che altro, l’argomento “accordo di Copenhagen” sembra essere qualcosa in più di un semplice ostacolo sul proseguimento dei negoziati. Sembra infatti che la spaccatura tra i Paesi che, a questo punto dei negoziati, vogliono continuare a lavorare su quello che è l’accordo di Copenhagen e i Paesi che si rifiutano di farlo chiedendo un nuovo testo negoziale sia diventata consistente.
In particolare, durante le riunioni dell’LCA (azione cooperativa di lungo termine), si sta discutendo molto su quale testo utilizzare per poter cominciare effettivamente a trattare – e qui rientra in gioco l’accordo di Copenhagen: come detto precedentemente, ci sono paesi che lo vogliono utlizzare come base negoziale mentre altri che vogliono utilizzare l’ultimo documento prodotto dal gruppo di lavoro ad hoc sull’LCA (AWG-LCA) a Copenhagen.
La differenza sostanziale dei due, oltre ovviamente al loro contenuto, sta nel fatto che l’ultimo documento dell’AWG-LCA è maturato internamente l’UNFCCC, quindi costruito attraverso i negoziati ed il consenso di tutti i paesi all’interno delle Nazioni Unite, dove tutti hanno diritto ad essere rappresentati e ascoltati, mentre l’accordo di Copenhagen è stato presentato da una cerchia ristretta di paesi a tutti gli altri come un accordo da prendere o lasciare – la Bolivia ha ricordato in sala come nello stipulare questo accordo 160 paesi siano stati tagliati fuori dalle decisioni!
Ma ci sono anche altre divergenze e problemi da risolvere nell’immediato.
Il futuro del Protocollo di Kyoto è ancora avvolto nel mistero. Cosa accadrà alla seconda parte del Protocollo? Sarà ancora in vigore nel 2013? Su questo si discuterà ancora moltissimo, possiamo metterci la mano sul fuoco.
In generale possiamo quindi affermare che in questo weekend si tratta soprattutto sulle questioni organizzative e procedurali, come ad esempio quanti incontri debbano essere fissati da giugno fino a dicembre. C’è chi sostiene due siano sufficienti (USA), chi ritiene che due sia il minimo necessario e ne vorrebbe 4 (la maggioranza dei paesi). Si discute anche su dove questi incontri debbano essere effettuati; il gruppo del G77 e la Cina punta forte su Ginevra e New York per poter assicurare una maggiore rilevanza alle intersessioni e una maggiore copertura in termini di presenze.
La strada che porta al COP16 di Cancun è ancora abbastanza (e relativamente) lunga e questo weekend ha mostrato come le trattative che ci aspettano saranno piuttosto intense.








